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Gay & Bisex

Come ho conosciuto Alberto - 2/2


di leatherbootsfetish
08.06.2026    |    1.155    |    3 9.6
"“Trovati dei cartoni animati da guardare mentre mi aspetti: ho ancora un paio di cose da mostrarti..."
Sono dentro. Alla fine, il suo culo ha dovuto arrendersi e ha preso fino in fondo la mazza che ha invaso quel canale umido e caldo.
“Allora, stronzetto. Come ci si sente a essere sfondati dal cazzo di un uomo vero?”
Le mie mani impugnano saldamente le sue gambe, gliele divarico oscenamente in modo che il suo buco resti sempre pienamente accessibile, aperto per accogliere la mia minchia.
Mi fermo un attimo e poi comincio a muovere il bacino. Piano, facendo in modo che il palo lungo e duro faccia il suo dovere, che gli trasmetta tutta la sua potenza mentre scivola in quel pertugio stretto. Lo faccio scorrere per tutta la sua lunghezza, fin quasi a tirarlo fuori, prima di farlo scorrere nuovamente all'interno. Voglio che Alberto ne percepisca appieno le dimensioni, la forza, la solidità e i rilievi delle vene che pulsano.
Voglio che goda come non ha mai goduto prima.
“Non è il solito dildo che usi per giocare. Quello che hai nel culo è finalmente un cazzo di tutto rispetto”
La sua testa è appoggiata allo schienale, così che non possa muoversi, scivolandomi dalle mani mentre mi prendo con la forza ciò per cui mi ha fatto penare da più di un’ora.
Alberto sbuffa, geme, emette strani suoni acuti con la bocca.
Ma non si lamenta più. Anzi. Le smorfie che leggo sul suo viso cominciano a sembrare un puro godimento.
“Si, Paolo … sono la tua puttana … aprimi”.
Continua a fissarmi, le sue mani sul mio pettorale duro, sugli addominali, ma quando impugna il suo cazzo e comincia a farsi una sega gli blocco le braccia senza però smettere di incularlo.
“Non provare a venire senza il mio permesso”

Lo giro in ginocchio, facendogli appoggiare il busto sullo schienale del divano per avere il suo bel culo completamente a mia disposizione e adesso che lo guardo mentre mi allineo per infilzarlo di nuovo, mi rendo conto di averlo ormai allargato a dovere.
Gli faccio cadere le braccia oltre lo schienale, in modo che non abbia la tentazione di toccarsi, e faccio pressione con le mani sulla schiena per fargliela inarcare e facilitarmi il movimento. Deve capire che il suo unico scopo è darmi soddisfazione. In questo momento lui è solo un buco da riempire e mi sto dando da fare affinché questo concetto gli entri bene in testa.
So di essere violento, ma non me ne può fregare di meno.
Lo scopo duro, senza curarmi di lui né dei suoi gemiti, fermandomi solo il tempo necessario a far colare un po' di saliva sulla mazza, per tenerla umida e scorrevole. Mi sento come se fossi un toro, grosso, potente.
Alberto ride, piange, urla, mi implora di non smettere.
“Sì … sfondami … spaccami”
Mi metto sopra di lui, appoggiando il mio petto sulla sua schiena, schiacciandolo con tutto il peso del mio corpo. Le mani gli prendono i capezzoli e, ogni volta che glieli stringo, lo sento urlare. Non so se siano urla di piacere o di dolore e nemmeno mi interessa, ma sicuramente mi eccita. Sono io che comando. Lui deve solo restare sotto e soccombere alla forza dei miei lombi.
Mi rendo conto di essere infoiato come un animale quando gli mordo il lobo dell’orecchio e lui gira la testa alla ricerca della mia bocca, ma non lo assecondo, preferendo invece fargli sentire la pressione dei miei denti sulla schiena, mentre si ritrova con un cazzo grosso che continua ad entrare e uscire dal suo intestino.

Sono ormai allo stremo. Lo prendo ai fianchi per tenerlo fermo e lo inculo sempre più velocemente, fino a quando non sento arrivare quella magnifica sensazione, quel brivido che nasce da dentro il corpo e risale fino al cervello, che mi fa contrarre i muscoli e mi fa urlare di piacere, poco prima che, con gli ultimi movimenti del bacino, scarichi tutto il contenuto delle mie palle dentro il goldone, rimanendo dentro di lui.
Aspetto che i battiti del cuore comincino a rallentare, esco dal suo culo, mi sfilo il preservativo e mi ritiro su i pantaloni abbottonandoli alla meglio.
Mi libero della camicia ormai fradicia di sudore e lo riposiziono supino, con la schiena sul cuscino.
“Ok, adesso puoi toccarti, ma non ti azzardare a sporcarmi il divano”, e resto a guardarlo mentre si mena il bigolo freneticamente, con lo sguardo fisso sul mio petto nudo.
Non dura a lungo e subito dopo riempie il suo corpo del suo stesso seme, emettendo un lungo gemito

Adesso che noto il suo viso, giovane e pulito, così devastato, provo un tardivo senso di colpa per averlo trattato come una puttana da strada solo per aver osato minare il mio orgoglio.
Di norma non sono uno che violenta i propri partner, men che meno quando sono così giovani, e improvvisamente mi dispiace per il modo in cui mi sono comportato.
Decido quindi di cambiare atteggiamento.
Gli offro la mano, sorridendogli, e quando la prende, gli do uno strattone forte per tirarlo giù dal divano. Gli metto un braccio attorno alla vita e lo stringo per dargli un bacio veloce.
“Facciamo una doccia al volo e poi ti porto a mangiare una pizza. Direi che te la sei ampiamente meritata”
Alza il viso per guardarmi in faccia, con una strana espressione interrogativa.
“E dopo?”
Il cervello elabora rapidamente mille fantasie. Quel ragazzo mi piace e non voglio ridurre il nostro incontro a un unico episodio di violenza.
“Dopo torniamo qui”

Entro in doccia, invitandolo a seguirmi sotto l’acqua calda, e la sua schiena aderisce immediatamente al mio petto. Gli insapono tutto il corpo, prendendomi cura di lui, soprattutto dove i segni che gli ho lasciato sulla pelle sono più evidenti. Passo la mano sul suo collo, risalendo contropelo dalla nuca fino in cima alla testa, in un rozzo tentativo di farmi perdonare per come l’ho trattato.
Quel ragazzo ha qualcosa che mi attrae alla follia: innocente nel viso ma depravato nella testa, giovane nel corpo e adulto nei modi, disponibile e passivo, ma mai sottomesso.
Tutto nella stessa persona.
Alberto si lascia fare, stranamente docile, godendosi il tocco delle mani sul suo corpo, sul suo pube, tra le chiappe.
“Ma allora sai anche essere gentile! Davvero, nessuno mi ha mai trattato così prima”
“Per me l’ospite è sacro” gli rispondo con un bacio veloce sentendo il mio cazzo riprendere forza ed esco dalla doccia senza dare alcuna importanza a quelle parole.

Sto finendo di vestirmi e Alberto rimane imbambolato a guardarmi mentre infilo gli stivali da cavallo. Un classico dell’eleganza sotto ai jeans.
Si siede sul letto al mio fianco, le braccia abbandonate tra le sue gambe, ma continuo a sentire i suoi occhi su di me.
“Stra-belli quegli stivali. Anch’io ne ho un paio identici, però li uso solo per montare a cavallo.”
Alzo gli occhi al cielo come farebbe un professore alle prese con uno studente un po’ tardo, faccio scendere i jeans fino a coprire completamente il gambale degli stivali e lo guido verso la mia scarpiera, per mostrargli parte della mia collezione.

Prendo in mano un paio di texani nuovi, punta perfetta, pieni di decorazioni, ancora tutti da vivere e gli dico: “Seguendo il tuo ragionamento, dovrei mettere questi solo a patto di vivere in Texas”
Poi gli mostro i Patrol, alti, forti, virili: “Oppure questi, solo se decidessi di arruolarmi come agente motociclista nella polizia californiana”
Poi i biker tozzi, con la loro inutile fibbia: “O ancora, questi solo se avessi una moto con cui girare il mondo”
Per non tediarlo troppo, concludo con un paio di Chelsea, bassi ed eleganti: “Questi, invece, secondo te, sono appannaggio soltanto dei cantanti pop inglesi?”
Per rafforzare il concetto, gli indico con la testa le sue scarpe da ginnastica immacolate.
“Sempre seguendo la tua logica, devo desumere che stasera ci siamo incontrati mentre ti stavi allenando per le vie di Milano”
Mi guarda in silenzio, ma vedo che comincia a capire e ad aprire la sua mente.
Quel ragazzo è tutt’altro che stupido, quindi credo che valga la pena di insistere con il “Paolo pensiero”, come faccio sempre quando vedo del potenziale.
“Sei tu che decidi il tuo stile, perché è quello che ti caratterizza, ti rende unico e ti fa stare bene. Tu, invece, hai scelto di nascondere le tue insicurezze e le tue paure, scegliendo abiti firmati che ti garantiscono uniformità, conformismo e l’accettazione da parte degli altri, magari anche un po’ di invidia.
Ma se è questo che vuoi, fai bene a continuare così. Devi solo imparare a fregartene degli altri e decidere che cosa è giusto per te. Sappi però che bisogna avere le palle per vivere fuori dagli schemi, anche se, mi sembra, che a te non manchino.

Chiudo la scarpiera e continuo a parlargli mentre ci dirigiamo verso la porta di casa.
“Perché credi che io abbia sempre gli stivali ai piedi?”
“Perché ti piacciono?”
“Di più, mi eccitano un casino. Il mio demone è che mi eccita percepirli sul polpaccio, mi eccita guardarli quando i pantaloni risalgono ogni volta che mi siedo o piego le gambe, ed esco pazzo per gli uomini che li indossano. Per me è una specie di fissazione. Un feticcio.
Ma li indosso anche perché mi diverte vedere la gente scandalizzarsi, guardarmi senza farsi notare e, magari, giudicarmi.
Una cosa è certa: me ne sbatto del giudizio degli altri”

Vista l’ora, non abbiamo problemi a trovare un tavolo all’aperto nella mia pizzeria preferita e, per tutto il tempo, Alberto mi tempesta di domande, anche molto personali, sulla mia vita privata, sugli uomini che ho avuto, sui miei interessi, sulle mie passioni.
Gli racconto del compagno con cui ho una relazione aperta molto appagante e che al momento è all’estero. Gli racconto delle mie preferenze sessuali e dei tipi di uomini che mi arrapano di più. Parliamo ancora della mia passione per gli stivali e non perde occasione per prendermi per il culo, ridendo come un bambino per ciò che gli racconto.
Mi ascolta per tutto il tempo, fa un sacco di domande come se fosse sinceramente interessato a me, e mi rendo conto che, paradossalmente, mi piace molto stare con lui.
Adesso che ha abbassato le difese e abbandonato l’atteggiamento di superiorità, si è trasformato in un ragazzo intelligente, divertente e ironico.
Lo stuzzico allungando un piede sotto al tavolo e lui risponde bloccando la mia gamba tra le sue, accarezzandomi il ginocchio senza alcun imbarazzo.
Gli racconto delle facce che faceva e delle cose che diceva mentre lo scopavo e lui ride divertito, riportandomi le sensazioni che aveva provato in quei momenti.

Quando usciamo dalla pizzeria, mi viene spontaneo passargli di nuovo un braccio sulle spalle, come se fosse un vecchio amico e non il ragazzino spocchioso che avevo conosciuto solo poche ore prima.
Sulla via del ritorno ci fermiamo in farmacia per comprare i preservativi.
“Sai com’è, vorrei essere pronto nel caso in cui mi capiti tra le mani un fighetto viziato con tanta voglia di prendersi il mio cazzo in culo” e lui scoppia a ridere insieme a me.
Arrivati al portone di casa, mi rendo conto di avere una voglia matta di stare ancora con lui.
Di scopare, certo, ma anche della sua presenza. Questa volta, però, vorrei fare le cose per bene e credo che il modo migliore per preparare il campo sia aumentare un po’ la tensione.
Trovo un angolo appartato e buio. Lo spingo dolcemente contro il muro del palazzo e appoggio le mani sull’intonaco ruvido, restando su di lui con tutto me stesso, senza però toccarlo né schiacciarlo.
Voglio che mi percepisca con la testa, prima ancora che con il corpo.

Gli prendo la mano, me la piazzo sull’inguine e, tenendolo per il polso, lo costringo ad accarezzare la mazza dura che mi sta crescendo dentro ai jeans stretti alla sola idea di potermi infilare di nuovo dentro di lui.
“Continua tu”, gli dico, prendendogli il mento delicatamente tra le dita, per guardarlo negli occhi mentre gli passo il pollice sulle labbra.
E Alberto esegue, facendo scorrere la mano sulla tela grezza con gli occhi fissi nei miei.
Lo vedo quello sguardo. Ormai riconosco immediatamente quella scintilla.
Mi chino su di lui senza toccarlo, una mano appoggiata al muro e l’altra sul suo mento, e lo bacio piano lasciando che continui ad accarezzarmi in mezzo alle gambe. Ormai sono durissimo lì sotto.
Tengo la bocca vicinissima al suo viso mentre gli comunico a voce bassa le mie intenzioni.
“mhmm. Lo senti com’è duro? Io sarei pronto per un po’ di insano divertimento. Tu che fai? Vai a casa o mi fai compagnia?”
Mi ero messo in mente di fare l’adulto esperto, usando tutte le mie tecniche da “piacione”, con l’obiettivo di condurre il gioco, ma, ancora una volta, Alberto mi spiazza.
Stacca la mano dal mio inguine e me la fa scorrere sul petto, sotto la camicia aperta.
Le sue dita giocano con il mio capezzolo che si irrigidisce immediatamente, eccitandomi ancora di più.
“Certo che resto. Ti ho rimorchiato perché mi piacevi un botto, ma non avevo previsto che mi saresti andato così in fissa”
Ancora una volta ha ragione. Aveva fatto tutto lui fin dall’inizio e io gli ero soltanto andato dietro, atteggiandomi da macho. Che imbecille!
Mi stacco da lui ridendo.
“Ragazzo, tu mi piaci. Sei proprio un piccolo ricchioncello pericoloso”
Alberto riporta rapidamente la mano sul mio cazzo, prendendolo tra le dita con uno sguardo da maiale.
“Sai com’è, hai argomenti di ferro. Come faccio a dirti di no?”

Torniamo da me e ormai sono determinato a fargli perdere quell’aria da saputello.
Il gioco tra noi sta diventando una continua prova di forza e mi sta divertendo un casino.
Gli do una leggera spinta per farlo cadere seduto sul divano e accendo la televisione.
“Trovati dei cartoni animati da guardare mentre mi aspetti: ho ancora un paio di cose da mostrarti. Torno subito”
Vado in camera e apro l’armadio. Passo la mano sui pantaloni in pelle appesi ordinatamente sulle grucce prima di decidere quale sia il più adatto a ciò che ho in mente. Fatta la scelta, li infilo godendo della magnifica sensazione della nappa morbida e fresca che mi fascia le gambe, il culo, l’uccello.
Chiuso l’ultimo bottone della patta e sistemata la cintura, tocca agli stivali: decido che Alberto si merita i miei texani nuovi. E poi questa è un’ottima occasione per inaugurarli.
Infine, prendo il “chiodo” di cuoio e lo indosso lasciandolo aperto, senza metterci sotto niente.
Mi metto davanti allo specchio per guardarmi, ma non sono del tutto soddisfatto.
Così ravano con la mano dentro ai pantaloni per sistemare l’uccello e le palle in modo che siano ben evidenti, che formino un rilievo ben delineato sotto la superficie liscia e lucida dei pantaloni di cuoio.

Mi guardo ancora allo specchio e mi scappa un sorriso compiaciuto.
Io non ho un fisico da palestrato, ma il mio personal trainer mi costringe ad allenamenti intensi e la mia muscolatura, dura e definita, si sposa perfettamente con quell’abbigliamento full leather.
Mi sento così figo che mi scoperei da solo.
Do un’ultima aggiustata al cavallo dei pantaloni e torno da Alberto, cercando di non farmi sentire.
È chino che sta guardando le fotografie sul mobile basso e la prima cosa che mi salta all’occhio è il suo culetto perfetto.
“Ecco, frocetto, questo sono veramente io”. Sento una strana vibrazione dentro di me chiamandolo in quel modo.
Alberto si gira e l’espressione del suo viso cambia immediatamente.
“… ma cosa? Spacchi di brutto vestito così!”
“Che dici? Credi che questo sia adatto ai salotti milanesi?”
Ride, ma per la prima volta è rimasto davvero spiazzato.
“Secondo me no, però cazzo, quel fit ti sta perfetto. Giuro.”
Mi metto comodo, rilassato al centro del divano, come se fossi un re sul suo trono: gambe divaricate, braccia aperte, appoggiate sullo schienale, che tirano la giacca e scoprono il petto nudo. Sguardo complice.
“Dimostramelo! Spogliati e vieni qui”

Rimango a osservarlo mentre si spoglia rapidamente per poi ritrovarmelo davanti completamente nudo, con il cazzo già mezzo in tiro che dondola tra le sue gambe.
Ha davvero un bel corpo: sportivo, sottile e longilineo. Molto diverso da ciò a cui sono abituato, ma non per questo meno arrapante.
Ci sono malizia e provocazione quando viene a sedersi in braccio e mi bacia, facendo scorrere le mani sul mio corpo, ma io non muovo un muscolo, mettendogli semplicemente a disposizione tutto me stesso per vedere fino a dove può spingersi la sua follia.
“Mi mandi troppo in fissa, non riesco a smettere di guardarti. Ho una voglia assurda di fare sesso con te."
Scende tra le mie gambe e mi accarezza a lungo la mazza dura, passando la mano sulla nappa liscia senza però aprire la patta.
La situazione è ad altissima tensione erotica e, con tutta la morbida pelle nera che ho addosso, sono eccitato come un maiale.
Forse proprio perché se ne rende conto anche lui, Alberto accelera all'improvviso. Si sistema sul divano di fianco a me, armeggia con la cintura, sbottona i pantaloni, mi tira fuori l’uccello, lasciando che io lo aiuti facendoli scendere appena un po’, e lo prende velocemente in bocca.
Non vorrei frenare il suo entusiasmo, ma deve assolutamente imparare.
“Il segreto di ogni buon pompinaro e di non pensare con la propria testa, ma con quella del proprio partner. Non importa il tuo godimento, ma quello del tuo uomo; quando fai un buon lavoro, la tua soddisfazione arriva di conseguenza. Prenditela con calma, guardalo sempre negli occhi, senti attraverso il suo corpo, agisci in base alle sue reazioni e vedrai che ogni volta che lui sarà contento, saprà fare contento anche te. Il vero segreto è usare il proprio istinto … e fare tanta pratica. Ricordati che quando sei là sotto, sei tu che hai il potere nelle tue mani”

Sembra aver capito perché adesso succhia più lentamente, continuando a guardarmi.
“Non hai solo una bocca, hai anche una lingua e due mani”
È come se percepissi il suo cervello lavorare per pochi istanti, poi me lo impugna, tira fuori la lingua e me la passa sull’asta, per poi imboccarlo di nuovo.
“Così ... bravo ... sì…”
Gli lascio fare un po’ di allenamento, poi lo prendo per il ciuffo e lo fermo, fissandolo in viso.
“Un uomo non è soltanto il suo uccello. Ci sono anche le sue palle, le sue gambe e un intero corpo a tua disposizione. Ci sarebbe anche il suo culo, ma su quello ci lavoreremo poi. Se vuoi farmi davvero impazzire, facendomi durare a lungo, ti conviene esplorare ogni possibilità”
Ha capito al volo il mio suggerimento e comincia a succhiarmi le palle, a solleticarle con la punta della lingua, tornando ogni tanto al suo obiettivo principale.
Ma adesso è decisamente meno meccanico.
Mi accarezza le gambe, facendo scivolare piano la sua mano sulla pelle lucida e nera; scende a stringermi i polpacci, fino ad arrivare al collo degli stivali, per poi risalire per la stessa via.
Gli prendo il polso e mi faccio accarezzare gli addominali e i pettorali. Poi lo lascio continuare da solo e chiudo gli occhi per un momento, reclinando la testa per godermi la sensazione del mio uccello nella sua bocca e della sua mano che scorre sul mio corpo.
“Cazzo … Albi ... sei bravissimo”
Quando mi tiro su, lui è lì a guardarmi con uno sguardo orgoglioso, felice del mio apprezzamento.
“Mi devi credere se ti dico che non smetterei mai, ma adesso voglio dimostrarti che anch’io posso fare qualcosa per te”

Lo porto in camera e lo spingo sul letto, lasciandolo ad aspettarmi mentre mi spoglio a mia volta. Butto la giacca di pelle sulla sedia e mi siedo sul letto per cavarmi gli stivali, ma Alberto corre dietro di me e mi ferma. In ginocchio dietro di me a scorrere a lungo la mano sul mio busto, facendomi percepire il suo corpo e la sua eccitazione.
“Resta così, sei troppo figo”
Lo accontento e mi sdraio sul letto. Mi basta appoggiare la testa sul cuscino: Alberto è su di me, le sue braccia mi stringono il collo, la sua bocca è sulla mia e cominciamo a pomiciare come due adolescenti, mentre le mie mani corrono tra le sue chiappe alla ricerca del suo ano. Lo accarezzo con i polpastrelli. Lo schiaffeggio piano con le dita.
Alberto mi stringe ancora di più e mi rendo conto di quanto bisogno di contatto fisico abbia quel giovane uomo.
E poi, bacia maledettamente bene.
Non ha fretta e sembra aver capito quanto mi piacciono i preliminari, quanto mi piace quando il mio amante si dedica a me invece di avventarsi meccanicamente sul mio uccello.
Sento che siamo perfettamente allineati. Le mie mani continuano a sditalinare il suo buco e lui sembra gradire molto quel trattamento.
La sua bocca si stacca dalla mia e comincia a baciarmi i bicipiti. Ci si sofferma a lungo, alternando bocca a carezze a fior di dita, e quando arriva con la faccia sull’ascella, piego il braccio, mettendogli la mano sulla nuca, e lo blocco in quella posizione, lasciando che l’odore del mio corpo gli entri nelle narici.
Quando lo libero, lui ricomincia a esplorare il mio corpo, scende lungo il busto, mi bacia il petto, la lingua sul capezzolo, sugli addominali, dentro l’ombelico, insistendo di nuovo a lungo sulla zona, senza curarsi ancora del mio cazzo che ha cominciato a produrre qualche goccia. Mi sta facendo impazzire e sono eccitato come una scimmia.
Mi guarda, sorridendomi malizioso, quando finalmente lo impugna e lo lubrifica spargendo quelle piccole gocce che ha trovato in punta.
Appoggia la faccia di lato sulla mia coscia, tenendo i miei genitali a pochissima distanza dai suoi occhi, guardandoli quasi fosse in adorazione, ma ancora non l’ha preso in bocca, preferendo continuare a menarmelo con la mano, leccare le mie palle sode, baciarmi l’intera zona inguinale.
Sta tirando in lungo, aumentando la mia eccitazione e il bisogno che ho di lui.
“Adesso basta, mettilo in bocca. Voglio sentire le tue labbra”
Il mio respiro si fa più profondo quando finalmente se lo mette in bocca: lo insaliva, lo succhia, lo preme con la lingua.

Improvvisamente, però, scatta giù dal letto per togliermi gli stivali e i pantaloni, così da avere finalmente il mio corpo nudo tutto per lui.
“Ho bisogno di sentirmelo in culo” mi annuncia in maniera diretta, per rompere gli indugi.
“Tra poco ti accontento. Stai pronto perché voglio sentirti urlare”
Lo preparo mentre lui si prende cura di me. Indossata la protezione, ci mettiamo distesi sul fianco e gli alzo leggermente la gamba per entrare più agevolmente.
Comincio a scoparlo senza fretta godendomi le sensazioni offerte da quel buco stretto.
“Si … riempimi … fai di me la tua brava puttanella” mi dice senza ritegno.
“Una puttanella lo sei già, e adesso ti faccio mia”
Gli assesto colpi lunghi e profondi, ma non è una posizione comoda, così lo metto a pecora e torno a incularlo, tenendo l’asta sempre lubrificata per farla scorrere più velocemente.
Mi piego su di lui, passandogli un braccio attorno al collo, con il suo pettorale stretto nella mano, scopandolo piano, e continuando a baciarlo.
Improvvisamente mi fermo, gli prendo il cazzo tra le dita e comincio a masturbarlo velocemente tenendo il mio affare saldamente piantato nel suo culo.
Alberto mugola, ansima, geme, incitandomi a continuare, finché non esplode nella mia mano, riempiendomi le lenzuola del suo seme.
Lo metto supino, appoggio le piante dei piedi sul mio petto e riprendo a scoparlo.
Ogni tanto mi fermo per evitare di venire troppo presto e poi riprendo, sempre più in fondo, sempre più velocemente ed è solo alla fine, quando sono con il mio corpo sopra il suo, che mi irrigidisco e riempio il preservativo con continue ondate di seme vischioso.

Riprendiamo fiato sdraiati sul letto, rilassati, appagati, uniti. Tengo stretto il corpo di Alberto con il mio braccio e, quando mi chiede di poter passare la notte da me, per una volta non ci leggo spavalderia né arroganza, ma solo voglia di stare insieme. Ma forse anche un bisogno di essere protetto.
Accetto con entusiasmo anche perché ormai mi sono abituato ad avere intorno a me quello stronzetto insolente.

La notte con Alberto nel letto è una specie di inferno, ma uno di quelli belli.
Nel sonno continua a cercarmi, a stringermi, a toccarmi. Si muove in continuazione e le sue mani sono ovunque.
Dormo pochissimo, trascorrendo ore a inseguire i miei pensieri, domandandomi che cosa possa essere successo a un ragazzo poco più che adolescente per avere quel bisogno di affetto e di contatto fisico.
L’ultimo ricordo che ho prima di addormentarmi è di lui che dorme beato, rannicchiato sul fianco quasi in posizione fetale, con la testa nell’incavo del mio braccio.
Il respiro è finalmente regolare, pacato, rilassato.
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